Visitare Orvieto

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Orvieto

città viva, esperienza autentica

 

 

 

Il Duomo di Orvieto

"Il giglio d'oro delle cattedrali"

Simbolo della città, il Duomo di Orvieto è un gioiello dell’architettura romanico-gotica. Il “Giglio d’oro” delle cattedrali, per via dei suoi mosaici dorati che illuminano la splendida facciata, custodisce i  capolavori di Luca Signorelli e Francesco Mochi e il sacro lino del Miracolo del Corpus Domini.

La costruzione  del Duomo di Orvieto ebbe inizio nel 1290 per volontà di Papa Nicolò IV. Il primo progetto del disegno della facciata della Cattedrale è probabilmente da attribuire ad Arnolfo di Cambio al quale seguì dopo circa vent’anni Lorenzo Maitani. I lavori andarono avanti per oltre 3 secoli.

La facciata del Duomo di Orvieto è unica al Mondo per i suoi mosaici e per il rosone di Andrea di Cione detto l’Orcagna (1354 ca). Il progetto generale è opera di Lorenzo Maitani, caput magister della Fabbrica dal 1310 al 1330. A lui si deve l’immagine del Duomo attuale poiché anche i suoi successori seguirono il modello e le indicazioni del maestro senese. La facciata è impreziosita dai bassorilievi alla base delle quattro guglie che raffigurano scene del vecchio e del nuovo Testamento (Genesi, Albero di Jesse, Episodi della vita di Gesù e Giudizio Universale) mentre i mosaici raccontano scene di vita di Maria, dalla Natività della Vergine all’Assunzione in cielo, dall’Annunciazione all’Incoronazione.

La Cattedrale è dedicata a Santa Maria Assunta in Cielo e la presenza della Vergine è rappresentata anche dalla scultura in bronzo posta sopra il portale centrale mentre le altre statue, sempre in bronzo, rappresentano simbolicamente i 4 Evangelisti: l’Angelo (San Matteo), il Leone (San Marco), l’Aquila (San Giovanni) il Toro (San Luca).

L’interno della cattedrale ha uno stile sobrio illuminato dal rosone e dalla grande vetrata gotica posta dietro l’altare. Si apprezzano una grande acquasantiera in marmo, il fonte battesimale e, sul lato sinistro, la Madonna in trono con Bambino e Angeli di Gentile da Fabriano (1425). Nella Navata Centrale si può ammirare l’intero ciclo scultoreo degli Apostoli e dei 4 Santi protettori  “tornati” in Cattedrale nel 2019 dopo 122 anni di esilio.

Ai lati dell’Abside sull’altare maggiore sono state ricollocate le statue dell’Annunciazione di Francesco Mochi. Un capolavoro della scultura del Seicento che rappresenta l’Angelo Annunciante (1603) e la Vergine Annunciata (1608). La statua dell’Angelo è considerata la prima scultura barocca della storia.

Ai lati dell’altare si aprono le due cappelle: quella del Corporale e quella Nova (o della Madonna di San Brizio

Nella cappella del Corporale, affrescata con le opere di Ugolino di Prete Ilario (1356 – 1364) ed altri artisti, si conserva la reliquia del Miracolo Eucaristico avvenuto a Bolsena (1263) a cui è legata l’istituzione della Festa del Corpus Domini. Sempre in questa cappella è custodito ed esposto il Tabernacolo del Corporale. Sopra l’ingresso della cappella del Corporale si trova l’organo monumentale disegnato e scolpito da Ippolito Scalza mentre sempre ad opera dello stesso Scalza è l’opera scultorea della Pietà (o Deposizione).

Nella Cappella Nova o di San Brizio si trova uno dei maggiori cicli pittorici del Rinascimento avviato da Beato Angelico e terminato da Luca Signorelli  (1499-1504). Il Giudizio universale è un capolavoro del pittore cortonese in un alternarsi di scene apocalittiche e di redenzione. Il tema e le raffigurazioni create dal Signorelli furono di ispirazione per Michelangelo nella realizzazione degli affreschi della celebre Cappella Sistina.

Il Pozzo di San Patrizio

Un incredibile capolavoro di ingegneria

Una delle opere ingegneristiche più complesse e affascinanti di ogni tempo, l’esempio di una sfida vinta dall’uomo sulla Natura.

Il Pozzo di San Patrizio, capolavoro dell’ingegneria del Rinascimento, fu fatto scavare da Papa Clemente VII, rifugiatosi ad Orvieto dopo “il Sacco di Roma” ad opera dalle truppe imperiali e dai Lanzichenecchi, per rifornire di acqua la città in caso di assedio. L’incarico fu affidato ad Antonio da Sangallo il Giovane nel 1527.

Per la costruzione del Pozzo di San Patrizio Papa Clemente VI incaricò Benvenuto Cellini di coniare una medaglia con la scritta “Ut bibita popolus” (“affinchè il popolo beva”), dove è rappresentato Mosè che colpisce con la verga una roccia da cui sgorga l’acqua davanti al popolo ebreo in fuga, mentre uno di essi ne attinge con una conchiglia. Gli esemplari della moneta sono conservati ai Musei Vaticani di Roma e al British Museum. L’opera fu completata nel 1537 sotto il papato di Paolo III Farnese.

Il pozzo inizialmente chiamato “della Rocca” in quanto prossimo alla Rocca Albornoz, fu poi ribattezzato Pozzo di San Patrizio poiché per la sua profondità fu accostato alla grotta di un lago irlandese in cui il santo si  recava per pregare. La leggenda narrava che questa cavità fosse cosi profonda da essere la porta di accesso del Purgatorio.

Il Pozzo ha una importante profondità (54 metri) ed è composto da una struttura a doppia scala a spirale di 248 gradini, 13 metri di diametro ed è illuminato da 72 finestroni. Questa geniale struttura creata dal Sangallo consentiva agli animali da soma di scendere e risalire per prendere l’acqua senza mai incontrarsi.

Scendendo giù per il Pozzo, in prossimità del fondo, si può notare una curiosa porticina. Da qui, attraversando uno stretto cunicolo scavato nel tufo, si arriva nei pressi della fontana di San Zero, sotto la rupe. La fontana è collegata all’emissario che garantisce il livello costante dell’acqua in fondo al pozzo proveniente da una sorgente naturale. Si narra che oltre alla sua funzione originale, questo cunicolo ebbe anche un’importante scopo: quella di rappresentare una veloce e sicura via di fuga per il Papa in caso di pericolo.

Orvieto underground

Viaggio nella città sotterranea

Ogni città nasconde parte della propria identità negli ambienti che sono stati scavati o costruiti al disotto della sua trafficata superficie cittadina nel corso dei secoli. Questo è ancor più vero per Orvieto che, con lo stupefacente numero di 1200 grotte, conserva gelosamente memoria delle città che furono nel suo sottosuolo.

La natura geologica che caratterizza la rupe ha consentito agli abitanti del pianoro di realizzare, nel corso di tremila anni di insediamento, una serie diversificatissima di cavità artificiali: gli Etruschi di Velzna hanno lasciato pozzicunicolicave di tufo e una miriade di cisterne che svelano dove sorgessero le case dell’epoca, in epoca medievale si scavano le enormi cave di pozzolana che saranno la fonte del materiale da costruzione per gli edifici monumentali che oggi si ammirano di sopra, alla luce del sole, mentre sotterranei saranno i butti che hanno restituito tante delle preziose ceramiche prodotte nella città di Urbs Vetus.

Nei secoli a venire gli Orvietani scavano colombari per l’allevamento di quei volatili così prepotentemente legati alla cucina tradizionale, vasti ambienti nei quali realizzare corde, conservare alimenti d’ogni sorta e, soprattutto, il vino d’Orvieto, quel “sole d’Italia in bottiglia” che c’ha resi famosi nel mondo, emblema della città al pari della cattedrale e del pozzo di San Patrizio, questa si cavità unica e conturbante che si avvita nel sottosuolo fino a raggiungere la sorgente della vita, l’acqua.

Necropoli del Crocefisso del Tufo

Viaggio nella città etrusca dei morti

Scoperta nell’Ottocento, rappresenta un documento straordinario della storia e della cultura etrusca. La sua visita trova essenziale complemento in quella del Museo Archeologico Nazionale e del Museo Claudio Faina di Orvieto, che ne custodiscono numerosi reperti, soprattutto i ricchi corredi ceramici.

Conosciuta come la “città dei morti”, la Necropoli del Crocefisso del Tufo risale al VI sec. a.C. Nell’area archeologica posta ai piedi della rupe di Orvieto, sono presenti oltre 200 tombe di epoca etrusca distribuite secondo la planimetria  di una città con strade che si incrociano ad angolo retto. L’iscrizione sull’architrave ancora leggibile su alcune tombe riportava il nome del capo famiglia. I numerosi reperti ritrovati nella necropoli sono visibili nei musei cittadini.

Il Pozzo della Cava

I sotterranei del quartiere medievale

Una discesa in un affascinante angolo della Orvieto sotterranea che si snoda sotto le vie e le case della parte più antica del quartiere medievale. Un patrimonio di testimonianze archeologiche riemerse grazie all’impegno privato dopo secoli di abbandono

Nel quartiere medievale di Orvieto, il pozzo della Cava deve il suo nome alla presenza di un grande pozzo di origine etrusca ampliato tra il 1572 e 1530 per volere di Papa Clemente VII, ma in realtà l’intero sito è un complesso archeologico ipogeo che testimonia diversi periodi e aspetti della città di Orvieto.

Scendendo al suo interno si scoprono non solo resti di antiche sepolture e cisterne di epoca etrusca, ma anche i celebri “butti” e resti di fornaci di epoca medievale. Per questo nel Pozzo della Cava è anche possibile ammirare un’ esposizione di ceramiche medievali e rinascimentali di Orvieto.

Ogni fine anno presso questo suggestivo scenario, in occasione delle festività natalizie, viene allestito l’ormai tradizionale “Presepe nel Pozzo”: una rappresentazione artistica di storie della Bibbia legate alla Natività con ambientazioni ricercate e con modelli, personaggi e animali meccanizzati.

La torre del Moro

Una vista sulla città a 360 gradi

Un’attrazione imperdibile per chi vuole toccare il cielo con un dito ed ammirare un magnifico panorama a 360 gradi di Orvieto e del suo territorio.

La Torre del Moro fu costruita nel 1200 al centro della città e divenne il simbolo della potenza comunale. In cima alla torre è visibile la campana su cui sono impressi i simboli delle arti ed il sigillo del popolo. Alta 47 metri e orientata quasi perfettamente secondo i quattro punti cardinali a dividere oggi i 4 quartieri della città, la torre inizialmente chiamata “del Papa” e ribattezzata “del Moro” probabilmente in relazione a Raffaele di Sante detto “il Moro” personaggio il cui nome era già legato all’intera contrada ed al palazzo adiacente la torre. A seguito dei restauri del 1866, sulla torre venne installato l’orologio meccanico e le due campane civiche. La più piccola, proveniente dal campanile di Sant’Andrea, e la più grande, con impressi gli stemmi delle Arti attive nel XIV secolo, dal palazzo del Popolo.
Su una parete della Torre, all’imbocco di Via della Costituente, è possibile notare una targa  sulla quale sono incisi i versi del Vi Canto del Purgatorio della Divina Commedia di Dante Alighieri che ricordano le cruente lotte tra le famiglie orvietane dei Monaldeschi e dei Filippeschi all’epoca dei comuni. “Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura, color già tristi, e questi con sospetti!”

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